Rimediazione cosa?

Rimediare? Questa parola mi ricorda gli anni della scuola. C’era da rimediare ad un brutto voto, ad un compito da consegnare, ad una giustificazione da firmare. O altrimenti attribuivo, e attribuisco ancora, parte del senso di questo termine al rimedio, alla soluzione che risolve un problema, un disguido o una difficoltà. Poi arriva un signore, tale Jay David Bolter con il saggio Remediation (remediescion) e offre, mi, ci offre, un’altra chiave di interpretazione. Per uno come me, abbastanza fissato con i media di tutte le nature e di tutte le età, leggere un testo del genere è una buona opportunità per osservarli attraverso una lente di ingrandimento notevole.

Non starò qui a scrivere cos’è nella sostanza la rimediazione (ci tengo alla pazienza dei miei cinque o sei lettori), l’estrema sintesi è offerta dalla voce wikipediana, però posso provare a scrivervi cosa mi ha fatto pensare. Bolter non si ferma ad analizzare i media, gli strumenti, i cosiddetti mezzi di comunicazione. Non gli basta raccontare come pensa che il medium possa combinarsi con un altro, proporre alcune sue caratteristiche in un altro medium in un processo continuo, Bolter offre una riflessione anche, e soprattutto, sui contenuti veicolati dai diversi medium. E qui viene il bello. La rimediazione pensata ai contenuti, ai materiali prodotti e diffusi permette di intendere il processo intuito da Bolter da una prospettiva diversa. Il classico esempio è quello della trasposizione da romanzo a film. Se anche la storia prova ad essere fedele alla trama originale, la pellicola cinematografica offre un’altra modalità per interagire con le dinamiche narrative. Le immagini, il movimento, i volti, le luci e le ombre rimediano le parole, i capitoli, i paragrafi. Non solo: il libro può accogliere il cinema e il cinema può accogliere il libro in una rete di rimandi che aumenta notevolmente le relazioni tra i diversi media.

E il computer? La famosa digitalizzazione smuove parecchio le acque. La rimediazione pensata nell’ottica del digitale, a confronto con i vecchia media (i precedenti alla digitalizzazione) viene interpretata da Bolter così:

il medium elettronico non si contrappone alla pittura, alla fotografia o alla stampa; piuttosto il computer diventa un nuovo modo di ottenere accesso a questi materiali d’archivio, come se il contenuto dei vecchi media si potesse semplicemente trasferire su di uno nuovo.

E inoltre:

Il medium digitale vuole cancellare se stesso, in modo tale che lo spettatore possa stabilire lo stesso legame con il contenuto veicolato come se si stesse confrontando con il medium originale.

Tale pensiero potrebbe descrivere (a grandi linee) il senso del famoso e-book e delle sue tante possibilità ancora da esplorare. Il mio intervistatore, quello del post precedente, direbbe: ok, tutto bello, ma qui non dobbiamo parlare di corpi? Risponderei: certo che sì sfoggiando un sorriso rassicurante (quello messo in mostra dal promoter dell’ultimo aggeggio da cucina che non utilizzerete mai). E aggiungerei: Bolter ha iniziato a pensare seriamente al concetto di rimediazione partendo da un’intuizione di Marshall McLuhan (e tutti gli studenti/frequentatori/appassionati di comunicazione fanno la ola udendo questo nome). L’intuizione è più o meno questa, i media sono delle estensioni, delle nostre estensioni. Insomma fanno parte di noi. E se i media possono rientrare nella logica della rimediazione, perché tenere fuori i corpi? Abbiate pazienza, ci sto arrivando.

Nella foto: Bolter e McLuhan in stile ghetto.

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.
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5 risposte a Rimediazione cosa?

  1. Marco ha detto:

    La direzione che sta prendendo il lavoro è sicuramente interessante, anche se confesso di essere un po’ spaesato (ma è un limite mio). Diciamo che la curiosità di vedere dove ti porteranno queste riflessioni sicuramente ci darà delle buone risposte 🙂

    Recenemente mi è tornato in mente una citazione da una lettura leggera: “Oi dialogoi” di Luciano De Crescenzo. E’ una raccolta di situazioni e discorsi immaginari tra i filosofi classici su temi più attuali.

    […]
    Aristogamo – L’unica cosa veramente inutile, caro Fedro, è parlare con Socrate di Progresso. Tu che conosci le sue simpatie per i cinici e per Antistene, come puoi pensare che egli, che non ha ancora scoperto l’uso delle scarpe, possa accettare quello dell’automobile? Socrate non sa, o forse non vuole sapere che il Progresso ha cambiato il modo di vivere del genere umano.
    Socrate – Io credo che tutto quello che ha inventato questo nuovo Dio che tu chiami Progresso sia solo una serie di “prolunghe”. L’automobile è una prolunga delle gambe, il telefono una prolunga dell’orecchio, il televisore dell’occhio e il computer del cervello; ma nessuno di questi nuovi marchingegni, che io sappia, è mai riuscito a cambiare l’Uomo nel suo profondo. Passano gli anni infatti e, malgrado le nuove prolunghe immesse sul mercato, gli uomini continuano a comportarsi come sempre. Non ci sono forse, ancora oggi, uomini ambiziosi come Alcibiade, gelosi come Menelao e invidiosi come Tieste? Quando, come spero, il Progresso sarà capace di produrre a un prezzo conveniente l’Amore e la Libertà, allora io, caro Aristogamo, diventerò un suo fervido seguace.

    (1985, Mondadori, Milano, p.65 – cap. “Socrate e il paraurti)

    Non condivido del tutto la posizione qui espressa (forse l’etica è un po’ forzata in questo discorso) ma mi divertiva rileggerla. So bene quanto sia inutile questo spezzone, ma mi è tornato in mente come un cassettino lontano che mi andava di riaprire. (leggasi: spizzarsi mezzo pomeriggio la libreria, così, per hobby e trovare di queste cose :P)

    Saluti!

  2. patassa ha detto:

    Marco! Il passaggio di De Crescenzo invece è utilissimo… cambiare l’uomo nel profondo non so bene a cosa si riferisca, però non posso escludere il fatto che le tecnologie cambino l’agire dell’uomo. Una roba del genere, ad esempio (http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/lstp/373684/) se confermata cambia o non cambia radicalmente?
    La citazione è utile perché si accosta a quella visione (poi dimmi se sbaglio) di separazione tra uomo e tecnologica. Come se la tecnologia fosse qualcosa a parte. Non riesco a trovare un solo momento del percorso evolutivo dell’uomo dove la tecnologia non sia stata presente.
    Grazie mille per la partecipazione! 😉

  3. Marco ha detto:

    Mi sono imbattuto in ciò: http://daily.wired.it/news/internet/foto-sul-web-ecco-perche-le-ignoriamo.html

    C’è tutto uno studio su l’utilizzo di quali e quante foto sia giusto utilizzare sui siti web. Segno che l’aspetto grafico (non solo testuale) è sempre più importante (se usato nella maniera giusta). Diversamente dalla televisione, in cui l’aspetto visivo è fondamentale, ma passivo, nel web il ruolo è attivo e fondamentale. E’ un’ovvietà, certo, però fa bene ricordarlo 🙂

  4. Marco ha detto:

    Peccato che il passaggio citato non abbia un valore “metodologico” ma si perde in altri discorsi (infatti al capoverso dopo incominciano a parlare di Camorra, per dire :P)

    Forse hai ragione, la prospettiva dell’articolo è davvero interessante. Non vorrei sbagliarmi ma credo che questo approccio porti sempre più verso una “comunione” uomo-macchina (il Progresso) solo quando saremo in grado di farlo per il “Bene” (perdona le espressioni semplicistiche, non è proriamente il mio campo :P).

    Il chip per la vista, quelli per l’udito… o andando anche oltre i media: protesi per gli arti, organi interni biotecnologici (penso al primo cuore artificiale trapiantato al mondo, in Italia(!): http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/scienza_e_tecnologia/cuore-artificiale/cuore-artificiale/cuore-artificiale.html?ref=search.asp).

    Insomma, credo che la tecnologia può viaggiare su binari paralleli ai nostri, ma forse col tempo la distanza tra tali binari diminuirà sempre più, sovrapponendosi. Credo che siano proprio i nostri corpi a chiedercelo. Stiamo andando oltre il “progetto originale”: viviamo sempre più, vinciamo le malattie, scopriamo nuove applicazioni per la nostra comunicazione…

  5. Marco ha detto:

    PS – sempre per i non vedenti per esempio:
    http://daily.wired.it/news/tech/i-non-vedenti-guidano-al-volante-di-auto-hi-tech.html
    iPhone – http://www.ilpost.it/2010/09/27/iphone-visto-dai-ciechi/
    Android – http://www.androidworld.it/2010/10/12/google-sviluppa-due-applicazioni-per-guidare-i-non-vedenti-24520/

    PPS – “Lo smartphone di T.V. Raman non ha una normale tastiera. Basta un dito su un punto qualsiasi dello schermo touch e compare un 5. Se poi lo fai scivolare verso l’alto, i ltelefono digita automaticamente un 2, verso il basso per l’8, e così via. Sbagli numero? Scuoti il telefono e si resetta. Tutto senza guardare lo schermo e con una mano sola. L’applicazione si chiama Talking Dialer, l’ha creata lui stesso, ed è scaricabile gratuitamente dall’Android Market”
    (Wired n.19 – settembre 2010 – p.38)
    (T.V. Raman è l’accessibility manager di Google e lui stesso è non vedente e invece di “Interfacce per non vedenti” preferisce parlare di “Applicazioni che non chiedono di essere guardate”. Roba sua:
    http://emacspeak.sourceforge.net/raman/
    http://code.google.com/p/eyes-free/

    ok, ok, basta così! Comunque fa piacere dare una mano, porta a riflettere su campi che mi interessano ma non ho mai sondato 😛

    PPPS – problemi di invio commento, forse sono stato troppo prolisso, sorry!

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