Superman loves Batman

Cosa ci possono dire le immagini? La domanda non può avere una risposta univoca, ma trova più e differenti risposte. Il motivo sta proprio nella natura, nella stratificazione delle immagini che come indica Georges Didi-Huberman sono superfici che contengono una profondità di significati a volte difficile da cogliere. Certo, esistono significati espliciti, così ingombranti che metterli in un angolo e fare finta che non esistano risulta davvero difficile. Mi viene in mente a tal proposito l’idea di Banksy di allestire la mostra personale a Los Angeles con la presenza di un elefante all’interno di un salottino, l’immagine dell’animale si impone nel contesto visivo, è impossibile fare a meno di osservarlo mentre si muove lentamente tra tavolini finemente intagliati e vetrinette luccicanti. Il writer di Bristol ha voluto dipingere la pelle rugosa dell’elefante con la stessa fantasia della tappezzeria, un messaggio che sembra volerci dire: ok, cosa vedete dentro la staticità di questo salottino? La sola staticità, appunto, o un elefante di venti quintali circa che occupa quasi tutto lo spazio disponibile? L’esempio può valere anche per le immagini: possiamo carpire un determinato significato, probabilmente quello più esplicito, quello di superficie o rilevarne un altro/altri sottocutanei, meno apparenti eppure presenti nella complessità dell’immagine.

La figura del supereroe, in particolare nella figura di Superman, mostra perfettamente questo gioco tra superficie e profondità del significato. Nella sua forma esplicita, Superman incarna la figura dell’eroe pronto a sacrificare la propria vita per il bene della collettività, che fa uso dei suoi super poteri per sconfiggere un numero incredibile di nemici; ma c’è dell’altro, Superman quando non indossa tutine attillate e mantello svolazzante, è Clark Kent, un uomo timido e impacciato, perennemente sotto scacco di Lois Lane, la donna che lo affianca in tutte le avventure (innamorata di Superman e non di Kent). Questa doppia identità lascia notevoli spazi di interpretazione, si potrebbe dire che l’immagine esplicitata da Superman trova nell’immaginario collettivo un riflesso con ulteriori significati. È la stessa immagine ad offrirceli, chi osserva, chi fruisce e interagisce con le immagini non fa altro che evidenziare tali riflessi e renderli ancor più evidenti. La superficie dell’immagine espressa dal supereroe mostra una marcata mascolinità, tale mascolinità, però, può essere perfettamente ribaltata facendo emergere la componente omosessuale di Superman. In rete è possibile rintracciare un numero consistente di reinterpretazioni della figura del supereroe (fotomontaggi, disegni, illustrazioni e altro ancora), tra le più incisive c’è senza dubbio quella pubblicata in questo post: un montaggio dei comics dove Lois scopre un amore clandestino tra Superman e Batman.

Sono riflessi sull’immaginario che donano ulteriori significati, in fondo l’immagine di alcuni supereroi lasciano notevoli spazi di rielaborazione. Anche Batman ad esempio si circonda di un immaginario rivisitato dagli utenti, dai fan o, per utilizzare un termine generico, dal pubblico. La coppia Batman Robin in effetti permette di poter ripensare all’orientamento sessuale dei due protagonisti, le immagini estratte dal fumetto o ancor più dalla vecchia serie televisiva sono il punto di partenza per ricostruire i ruoli affettivi dei personaggi. Tutto ciò può essere etichettato come pura dissacrazione, ma questa resta pur sempre una prima analisi, andando più a fondo infatti è possibile rintracciare una pratica di appropriazione dell’immaginario comunicato da Batman e da Robin che rivede l’orientamento sessuale dei due e ne esplicita una nuova forma identitaria. Sono altre identità a riflettersi nelle immagini dei due protagonisti, altre rispetto a quelle principalmente dichiarate nell’asse portante della storia e soprattutto nelle immagini espresse.

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Il corpo del leader “jokerizzato”

Mi sto addentrando in un nuovo capitolo della tesi che si concentra sulle immagini dei corpi attraverso le pratiche di comunicazione e immaginazione. Ovvero? Tento di analizzare come il corpo viene comunicato dai soggetti rappresentati nelle immagini e come chi riceve quelle immagini le interpreta, le immagina nuovamente. Entrambe le pratiche offrono notevoli spunti di riflessione. Ho deciso di focalizzarmi sulle immagini di alcuni leader e delle rispettive reinterpretazioni da parte degli utenti in rete, in particolare ho sotto il naso il primo piano di Obama pubblicato sulla copertina del Times e la rimediazione “jokerizzata” realizzata da Firas Khateeb, studente di Chicago con la passione per Photoshop, che pubblicò nel 2009 il fotomontaggio su Flickr. In poco tempo l’immagine prese a fare il giro del web, fino ad essere mostrata per le strade di Los Angeles con la scritta “Socialism”. Khateeb si ispira al Joker dell’ultimo film della saga di Batman The Dark Knight interpretato da Heath Ledger.

Poche settimane dopo, compare una versione jokerizzata di Berlusconi. L’autore prende spunto dalla foto che ritrae il premier compiere il gesto della mitragliatrice. La fotografia è stata scattata durante una conferenza stampa con Vladimir Putin, Berlusconi si rivolgeva ad una giornalista russa. Berlusconi jokerizzato trova un cospicuo consenso in rete, anche in questo caso l’immagine ritoccata fa capolino nei diversi ambienti social (postata originariamente dal suo autore su Flickr).

Mettendo a confronto le due rielaborazioni, quali differenze emergono? E’ quello che mi sono chiesto mentre osservavo le due immagini e le reazioni provocate. Senza dubbio Giovanni Boccia Artieri riesce ad inquadrare la questione con un’ottima riflessione a riguardo dove indica una certa debolezza dell’immagine nostrana rispetto a quella diffusa negli Stati Uniti. Lo scorso martedì, prima di addentrarmi nella scrittura, ho chiesto su Facebook cosa suscitavano le immagini di Obama e di Berlusconi “jokerizzati” ed ho raccolto delle interessantissime considerazioni, spunti utili per iniziare a scrivere, ecco qui sotto una sintesi:

Andrea mette a confronto la scala dei valori espressi dal personaggio Joker e dell’uomo politico Berlusconi e commenta:

Joker rinuncerebbe a tutti i soldi del mondo per dimostrare che le idee in cui crede sono valide. Poi che le idee siano quanto di più cattivo si possa immaginare lo rende malvagio, ma di base è un inno alla coerenza. Berlusconi rinuncerebbe anche all’ultimo briciolo di coerenza che gli si possa ancora attribuire per i soldi ed il potere. L’esatto opposto.

Marco invece affronta nel merito il paragone visivo dei due leader jokerizzati:

Credo quindi che nel primo caso, la “jokerizzazione” agisca rendendo l’opposto di quello che vediamo: fa paura, sembra di vedere una profondità cattiva dentro, la scelta della foto rende l’effetto finale molto serio, un assassino, proprio come Joker. Nel secondo caso ho come l’impressione che si banalizzi un po’ (ulteriormente) il personaggio: invece di invertire i valori di partenza quasi sottolinea le caratteristiche del soggetto portandolo, nel ruolo istituzionale, a ribadire la sua poca serietà. In questo caso un giullare, proprio come Joker.

A questo punto mi sono domandato, se il Berlusconi-Joker non funziona, con quale corpo, con quali immagini può essere rappresentato un suo capovolgimento dell’immagine che esprime? Paolo propone:

Un signore che non teme di mostrare l’età, di una eleganza rigorosa e non pacchiana.

Infine Mario mette così a confronto le due rielaborazioni dei leader in questione:

La comunicazione politica americana fa riferimento a un immaginario in qualche modo sempre spirituale o para-religioso: il “Change” e lo “Yes we can” di Obama hanno costruito l’immagine di un leader capace di ridare speranza dopo un periodo difficile per gli statunitensi

E ancora:

Berlusconi è stato rappresentato negli anni in tutti i modi: membro della Banda Bassotti, Piovra mafiosa, adescatore di minorenni, assassino, etc. A questo punto, come fa un’operazione di jokerizzazione di Berlusconi a provocare un senso di stordimento?

Le opinioni e le informazioni raccolte mi sembra si muovano verso una sostanziale divisione tra la rimediazione dell’immagine di Obama e quella di Berlusconi. Nel primo caso c’è un intervento che va a desacralizzare l’immagine comunicata dal leader, nel secondo, invece, sembrerebbe non intaccare o addirittura rafforzare l’immagine comunicata. Credo, per concludere, che anche la scelta della fotografia, nel caso di Berlusconi, abbia un certo peso: il gesto di per sé risulta essere provocatorio, teatrale. Insomma, poco incline all’immagine conosciuta di un leader politico.

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In questi giorni

In questi giorni ho scritto tanto, la tesi procede e ad oggi ho tra le mani tre capitoli. Sono tre capitoli densi di immagini e di idee, il terzo, oggi terminato, si intitola ‘Sopravvissuto/dimenticato’. Che cos’è? Tento di analizzare il rapporto tra immagini, corpi e memoria utilizzando due paradigmi, quello della sopravvivenza delle immagini e quello della scomparsa. Le immagini sopravvivono al tempo? E i corpi rappresentanti nelle immagini subiscono delle alterazioni nel tempo? O ancora, quei corpi mutano il loro significato? (Sembro quello di Voyager con ‘ste domande?) In questo capitolo descrivo un po’ di esempi che alimentano il tema ed offrono spunti di riflessione interessanti. Un caso è quello di Alex, deportato ebreo di origine greca e membro del Sonderkommando che riesce ad immortalare quattro terribili momenti (uno dei quattro scatti è la foto pubblicata) dal campo di concentramento di Auschwitz. Oltre ad essere materiale storico preziosissimo, quelle immagini sono un segno nella memoria… segno però che non è stato immune al tempo. In effetti esistono diversi esempi di alterazioni di quelle immagini, nel capitolo analizzo sia quei processi che, ovviamente, il valore teorico che ne consegue. L’equilibrio tra la sopravvivenza nella memoria e la possibile scomparsa di quelle immagini è davvero precario, nel testo cerco di descriverne i motivi. Ce ne sono ancora altri di esempi citati, qui però ve li risparmio (naturalmente, qualora siate interessati, chiedete pure).

Altro caso interessante di rapporto tra memoria, immagini e corpi è offerto da un’opera dell’artista Bill Viola. Impegnato nella videoarte, Viola nel 1995 realizza l’opera Greeting. Viola racconta di aver incrociato a Long Beach due donne che dialogavano tra loro, ad un tratto una delle due accoglie sorridente una terza abbracciandola. Nella mente dell’artista è apparsa la Visitazione del Pontormo, ecco allora che nel video realizzato Bill Viola si combinano immagini private con altre provenienti dall’immaginario collettivo. Il risultato è un’opera che mescola entrambe queste memorie visive, memorie di immagini e di corpi.

E poi? E poi c’è molto altro ancora. Qui nel blog tronco spaventosamente e cerco di sinterizzare, se riesco a ritagliarmi un po’ di tempo corro da queste parti e vi racconto il resto.

Ah, dimenticavo: grazie mille a tutti quelli che in rete o dal vivo chiedono notizie sul lavoro di tesi. Grazie un sacco per l’interesse, mi state vicino ed è una bella cosa.

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Dentro e fuori, un altro capitolo

 

Madonna del parto, Piero della Francesca, 1450-1455

Sto lavorando al capitolo Dentro/Fuori, anche in questo caso sto spaziando tra le immagini circondandomi di rappresentazioni provenienti da tante e differenti fonti: sembra una sorta di mash-up che mescola, intreccia e costruisce una rete di immagini. La riflessione viaggia, appunto, tra il Dentro e il fuori del corpo approfondendo in particolare le idee messo in circolo da Georges Didi-Huberman e scrutando la vita di Aby Warburg e il suo studio sulle immagini.

C’è un preziosissimo legame (sottile, quasi impercettibile) tra le teorie disegnate da Warburg sulle immagini che si aprono e l’apertura dei corpi. Lo stesso studioso tedesco rivendica una storia dell’arte che incorpori un impianto multidisciplinare dove le scienze, l’antropologia e l’attenzione per il corpo umano siano elementi fondamentali per l’interpretazione delle opere d’arte. Warburg ci dice che l’immagine e il corpo sono entrambi ricoperti da una superficie, entrambi nascondono qualcosa all’interno. Sta a chi osserva le immagini e i corpi rappresentati cercare o far emergere quegli elementi poco o per nulla visibili. Questa suggestione mi ha portato ad impostare un’analisi sulle immagini (come già detto, provenienti da fonti e contesti davvero diversi) attraverso l’apertura delle immagini che rappresentano corpi provando ad utilizzare gli strumenti offerti da Warburg. In questo momento ho appena concluso il paragrafo dedicato allo studio di immagini rappresentanti la fertilità, la gravidanza (uno degli esempi più espliciti di interno ed esterno). Mi sono soffermato un bel po’ su uno affresco di Piero della Francesca (in foto) rapportandolo ad alcune interessanti intuizioni di Didi-Huberman contenute nel saggio L’immagine aperta.

Ora mi sto dedicando al paragrafo dedicato al processo inverso: dall’esterno all’interno, ovvero il corpo che incorpora, che accoglie, che mangia… e anche qui c’è un vortice di immagini che mi obbligano a prendere il retino e cercare di afferrarle il più possibile e portarle nella mia ricerca. C’è ancora un bel po’ da fare.

Intanto ringrazio chi in questi giorni fa il tifo, chi mi fa domande sul lavoro che sto affrontando, chi mi sopporta, chi storce il naso, chi mi dice che proprio non ha capito nulla, chi mi sta vicino.

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Caldo/freddo (parte prima)

Ho scritto il primo capitolo dal titolo Caldo/freddo. Durante le feste natalizie ha preso forma mentre io prendevo chili. Era probabilmente il capitolo più maturo nella mia mente, quello che bussava sulle pareti della scatola cranica e chiedeva di uscire, di tramutarsi in scrittura. Perché caldo/freddo? Perché parto dalla riflessione di McLuhan sui media caldi e freddi che spesso viene segregata al campo prettamente mediologico, ma che al contrario contiene tutti gli elementi che le permettono di interagire e di analizzare argomenti e questioni differenti. Ho cercato di interagire con McLuhan stando al suo gioco, senza racchiuderlo in uno schema statico, ma di navigarlo, di esplorarlo. Il confronto/scontro tra caldo/freddo trova nel corpo un interessante spunto per riflettere sulla questione corpo/immagine. McLuhan utilizza come esempio (uno dei tanti esempi, delle tante visioni che offre) per descrivere la sua idea di media caldo l’immagine altamente definita, la fotografia che immortala un soggetto o un oggetto in tutti i suoi dettagli. Un media freddo invece è quello che necessita di essere integrato, interpretato. Nel caso delle immagini ecco l’esempio del fumetto che con il tratto sintetizza, destruttura la complessità del reale per chiedere al lettore di integrare quell’immagine, di colmare le lacune.

Elaborando l’idea di McLuhan e cercando un esempio di immagine fredda, che si rapporti al corpo, mi è venuta in mente la camminata ciondolante di Bigfoot nel filmato stra-famoso girato nel 1967 in California, in particolare il fotogramma 352, il più rappresentativo, il più conosciuto, quello entrato nell’immaginario comune dove si vede lo scimmione rivolgere il suo volto alla camera che lo sta riprendendo. È un’immagine sgranata, dai contorni poco chiari, dove il corpo del Bigfoot è più immaginato che rappresentato. È un’immagine fredda nel senso mcluhiano del termine: chi la osserva deve colmare le mancanze, deve interagire, ampliare, costruire quel corpo. Il filmato offre a tutti la possibilità di capire se è vero o una bufala bella e buona. O ancora di più: quel corpo sgranato chiede altro, va oltre la comprensione del vero o del falso aprendosi all’immaginario collettivo ed alle reminscenze della tradizione popolare, alla paura e al desiderio dell’uomo di conoscere il diverso, il mostro. C’è ancora dell’altro da dire sul concetto di caldo e freddo, delle immagini e del corpo (ci sarebbe da dire così tanto che il blog non basterebbe), si tratta della danza. Ma per questo c’è da attendere la prossima puntata. Stay tuned.

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Esplorare McLuhan (per poi trovarsi da un’altra parte)

Se ti capita tra le mani un testo di McLuhan, allora devi preparati ad affrontare un saggio per nulla lineare, senza una cornice che organizzi il tutto. Devi prenderti la briga di iniziare ad esplorare. Così accade con Gli strumenti del comunicare, un libro infinito, nel senso che ogni volta che lo leggi ci trovi sempre qualcosa di nuovo. Dopo aver letto un capitolo (dai titoli ambigui, che fanno e non fanno capire), sei convinto di averlo domato, di aver conquistato quel pezzetto di pensiero di McLuhan. Invece, appena gli occhi tornano a leggere, ti rendi conto che qualcos’altro ti è sfuggito, è scivolato via. Quindi, esplorare, con McLuhan, vuol dire prendere strade sempre diverse, girare attorno ad un capitolo, passare attraverso un altro, perdersi per poi ritrovarsi da tutt’altra parte.

Così è per il corpo, per le immagini e per tutto quello che mi interessa e per quello che sto ricercando in questi tempi. McLuhan mi serve e mi servirà per ricordarmi che la strada presa, quella di partenza, quella più rassicurante, di solito non è quella che ti porterà dove vuoi arrivare. La cosa bella delle esplorazioni tra i libri sta proprio in questo, nel costante mutamento delle coordinate che si sono prefissate.

Mi rendo conto, leggendo McLuhan e tutti gli altri libri che assediano il tavolo, che le immagini e la loro rappresentazione del corpo prendono parte attiva nelle mie riflessione, diventano un centro da dove far partire strade che poi si intrecciano, si aggrovigliano, tornano indietro o chiedono di essere aperte. Tutto ciò mi porta a conoscere aspetti che, appena messo lo zaino in spalle e pronto a partitre, neanche consideravo. Dalle immagini, e dalle teorie sulle immagini, sto imparando a conoscere il corpo. In un primo momento pensavo che bastasse la rimediazione, peraltro ancora adesso strumento fondamentale per poter costruire la mia ricerca, ora invece noto che lo zaino si riempie di altre idee, di voci diverse, di immagini nuove.

Lo so, sembra al limite del delirio. E negli occhi di chi mi chiede cosa sto leggendo, cosa sto scrivendo, a volte leggo lo smarrimento. Non è facile descrivere il percorso, anzi i percorsi, che sto seguendo. Non perché il sottoscritto abbia doti così elevate, ma perché il concetto stesso di ricerca, di come la sto affrontando, è complesso, nel senso che si costituisce di parti diverse, di voci diverse, di metodi e logiche diverse. È una costruzione fatta di parti che all’apparenza sembrano non coincidere, ma che se espresse nel senso del viaggio, della ricerca che ha come scopo quello di aprire sentieri o riaprirli nuovamente, può trovare una forma dai contorni netti, nitidi. McLuhan, di fatto, è così: è un reticolo di idee, di mille incroci. Non ti chiede di seguire le indicazioni, ma di costruirtele, di farti la tua mappa e poi di trovare quello che cerchi. Per me questa tesi è così. Prima che una roba scritta divisa per capitoli, è un percorso che io mi sono costruito, una sfida alla pigrizia.

La logica del caldo/freddo illustrata da McLuhan per descrivere (qualcuno dice ‘catalogare’) i media, mi ha dato l’opportunità di ripensarla nel confronto corpi e immagini. Ad alimentare il pensiero ci sono diversi libri di Georges Didi-Huberman, che con il tempo e con le letture, si sta guadagnano un posto in prima fila in questa ricerca. Ecco, anche questo autore, si mostra al lettore, all’esploratore, senza indicare una strada da seguire; non a caso una delle migliori e più interessanti idee di Didi-Huberman sta proprio nell’aprire le immagini. Aprire per conoscere, per vedere dentro, per attraversare. E non fermarsi alla linearità espressa dalla superifice.

Ammetto che questo post non aiuta a chiarire, ma prendetelo come deve essere preso: un flusso di idee messo in rete per essere condiviso. Un pezzetto di viaggio che metto a fuoco. Un’immagine, una delle tante che ci popolano i pensieri.

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Corpi e immagini, organico e artefatto

Alphabet, Anthon Beeke, 1970

Il progetto di questa tesi mi vede circondato di immagini. Fotografie, pitture, sculture, disegni, immagini digitali, è la rappresentazione del corpo attraverso l’immagine che analizzo e perlustro. Per capire il corpo come media, faccio uso di immagini. E nelle letture affrontate fino ad ora, la tecnologia assume i connotati (anche e non solo) di immagini. È una nostra estensione, un’estensione del corpo; anzi, se pensiamo al corpo rappresentato in un’immagine, allora possiamo dire che tale tecnologia ci permette di estendere, rendere altra la nostra forma fisica. L’estensione, quella più volte ribadita da McLuhan e ripresa da Bolter nel concetto di rimediazione, offre un’opportunità enorme, quella di guardare il nostro corpo da un altro punto di vista. Sì, lo so, inizierà a voi quattro lettori del blog a darvi la nausea, ma non posso mettere da parte l’intuizione della rimediazione: non posso perché di fatto l’immagine rimedia la forma fisica grazie a linee, forme e colori, ma allo stesso tempo agisce sulla forma fisica in quanto carne, muscoli, tessuti connettivi, pigmenti. È un processo di continui ed infiniti rimandi. Il chirurgo estetico prima di agire su un corpo, disegna sulla pelle linee, tratteggia forme, cancella parti. Poi può proiettare l’immagine che ha in mente di quel corpo rimodellato su un computer. Infine agirà sulla materia modellandola secondo le modalità espresse dalle immagini.
Ho letto in questi giorni un piccolo saggio, si intitola Verso una società artificiale, l’autore è Heinrich Popitz, filoso, che fornisce notevoli spunti di riflessione su concetti di ordine sociologico e antropologico. Nel libro si parla dei processi di artificializzazione dell’uomo e degli strumenti a disposizione per poter attivare, e sofisticare, tali processi. C’è un passaggio che ho reputato utile ai ragionamenti che sto intavolando tra le mie scartoffie e questo blog e riguarda il concetto di artefatto. Popitz ci dice che, produrre artefatti, deriva dall’ingegno dell’uomo nel soddisfare tre esigenze. Quali? Sostituzione: pensiamo ad un coltello che sostituisce i denti nell’atto di lacerare carni, tagliare tessuti, dividere materiali vari; rafforzamento: il filosofo indica come esempio il martello il cui effetto supera quello del pugno; esonero: il mezzo con ruote che permette all’uomo di esonerarsi dal trasportare pesi da un luogo all’altro. Infine, Popitz tende a fare una precisione, l’artefatto non deve essere interpretato come la soluzione ad una mancanza fisica, ma come protesi organica. L’uomo intende il proprio corpo come il connubio tra artificio e natura, uomo che dotato di artefatti può esigere e raggiungere maggiore efficienza nelle pratiche svolte. L’uomo ha sempre fatto uso di artefatti. Lo stesso corpo, del resto, offre funzioni notevolissime che l’artefatto rende più complesse, più funzionali, più determinanti.

da Andrea de Jorio, La mimica degli Antichi investigata nel gestire napoletano, 1832

Popitz si concentra molto sulla funzione della mano: è un organo fondamentale per una serie infinita di ragioni. La mano afferra, scuote, plasma, difende, tocca, esplora… insomma, è quello strumento indispensabile per capire e modificare ciò che ci circonda. Per quel che mi riguarda (considerato quello che sto scrivendo) la mano assume un ruolo centrale nel rapporto immagine e corpo. Tra gli artefatti, naturalmente, ci sono anche loro, le immagini. La mano rientra in quella triangolazione organica che ci permette di produrre artefatti, nel nostro caso immagini: mano, cervello e occhio collaborano per far sì che si possa realizzare qualcosa. Popitz scrive:

La mano, il cervello e l’occhio agiscono nel senso di un circuito di regolazione: si potrebbe chiamare circuito di regolazione tecnico-organica. La mano fa il lavoro (plasma l’argilla creando una figura oppure utilizza uno strumento) e con ciò produce una trasformazione all’esterno del sistema costituito dall’organismo umano. L’occhio – in quanto «sensore» del sistema – percepisce questa trasformazione e la comunica al cervello. Il cervello – in quanto «regolatore» – confronta i dati trasmessigli in funzione di determinati valori finali che ha prodotto […] e, nel caso di deviazioni, corregge la mano, che si regola di conseguenza.

Nella costruzione di immagini, i tre organi agiscono per trasformare immagini interne in immagini concrete, esterne. La mano per giunta offre la conoscenza attraverso il tatto; conoscenza della materia toccando oggetti, e conoscenza sociale toccando altri corpi. La capacità tattile, per Popitz, è strettamente legata a quella immaginativa: il tatto trasmette dati al cervello che crea immagini interne, tali conoscenze verranno poi esternate sempre attraverso la trasmissione delle informazioni dal cervello alla mano che realizzerà figure concrete, immagini insomma. Ecco allora che le immagini e corpo trovano, ancora una volta, una connessine organica. Più esploro questo mare e più penso che le due cose siano legate tra loro, direi mescolate, una matassa da conoscere e non da districare. Perché la bellezza sta proprio nelle linee che si incrociano, nelle intersezioni, nel groviglio.

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